RU IT EN

Electronic banking

Chiamateci

8 800 2008 008

Filiali e sportelli Bancomat

225 anni della Biblioteca Nazionale Russa

Nell’anno 2020 ricorre un evento memorabile per la cultura russa: la prima biblioteca popolare in Russia, nel passato chiamata Biblioteca pubblica statale, attualmente Biblioteca Nazionale Russa, celebra 225 anni della sua fondazione.

Coloro che hanno avuto la fortuna di immergersi nell’atmosfera irreplicabile e affascinante delle storiche sale della Biblioteca, la chiamano affettuosamente Publichka.

Gia` da tanti anni Publichka, Banca Intesa e Associazione Conoscere Eurasia sono unite da un rapporto di fruttuoso partenariato nell’ambito di una serie di progetti culturali. Su di essi e sui nuovi progetti di collaborazione da realizzare insieme nel futuro, pubblichiamo la testimonianza del Presidente del Consiglio di Amministrazione di AO “Banca Intesa” e dell’Associazione Conoscere Eurasia, Antonio Fallico.


Biblioteca Nazionale Russa, S. Pietroburgo

Antonio Fallico

Era l’inizio del mese di agosto del 1978 quando per la prima volta misi piede nella splendida e famosa Государственная  Публичная Библиотека имени М. Е. Салтыкова-Щедрина di Leningrado, fondata da Caterina II e dove Vladimir Ilič Lenin era stato assiduo lettore dal 1893 al 1895,  approfittando di un corso mensile di approfondimento della lingua russa, offertomi gratuitamente dall’Associazione di Amicizia Italia-URSS, che si teneva nel sanatorio Дюны (denominato Ja. M. Sverdlov e appartenente al Leningradskij obkom del partito comunista dell’URSS) dell’omonimo villaggio sito nel Сестрорецкий Район sul golfo finnico, dove erano ospitati anche gli studenti. Fui spinto dal desiderio di rintracciarvi eventuali manoscritti e testimonianze riguardanti l’attività a San Pietroburgo dell’abate Giambattista Casti, poeta satirico libertino, ispirato da ideali illuministici, e, al tempo stesso, “membrino del corpo diplomatico austriaco”, che, dopo un primo soggiorno esplorativo nella città, fondata da Pietro il Grande sulla Neva, dal 26 maggio alla fine di luglio del 1776, vi era vissuto dalla prima decade di maggio del 1777 sino al settembre del 1779, abitando presso la residenza di Joseph Kaunitz, figlio del famoso  Cancelliere Wenzel Anton, nonché ambasciatore e ministro plenipotenziario dell’Impero in Russia. In modo particolare ero interessato alla ricerca del manoscritto del Poema tartaro, un’opera satirica visceralmente denigratoria della Russia e della politica interna ed estera di Caterina II, che il Casti scrisse, contrapponendosi esplicitamente sia alla politica filorussa espressa in una apposita Istruzione inviata, tramite la Cancelleria imperiale, dallo stesso imperatore asburgico Giuseppe II a Joseph Kaunitz; sia al miraggio russo alimentato dai giudizi positivi e lusinghieri sulla zarina da parte di molti intellettuali europei e autorevoli illuministi, come Voltaire e Diderot, che, peraltro, ispiravano profondamente l’attività letteraria dell’abate.

Per accedere al Dipartimento Manoscritti della Публичка mi favorì Lev Mikhailovič Kapalet, segretario generale dell’Associazione di Amicizia URSS-Italia, segnalando la mia richiesta direttamente al primo segretario del comitato regionale del Partito Comunista Sovietico di Leningrado, Grigorij Vasil’evič Romanov, che in modo inconsueto e inaspettato volle incontrarmi personalmente. L’incontro allo Smolnij, palazzo neoclassico disegnato da Giacomo Quarenghi all’inizio dell’Ottocento e diventato dal 1917 sede del PCUS, fu breve ma molto affabile, durante il quale Grigorij Vasil’evič, da molti descritto come rigido conservatore e perfino obiettivo satirico-polemico di Daniil Granin, mi affidò, comprendendo appieno i miei interessi critico-letterari, a un suo assistente, che di suo era, peraltro, molto gentile e disponibile. Da quel momento in poi mi si aprirono tutte le porte.

Alla Публичка dall’entrata della piazza Ostrovskij mi venne incontro con sobria gentilezza il mitico direttore Leonid Aleksandrovič Shilov, allora cinquantenne, profondo studioso e di rilevanti capacità organizzative, il quale proprio quell’anno era stato designato Заслуженный работник культуры РСФСР. Rimasi colpito dal nitido e solare neoclassicismo dei bassorilievi e delle sculture delle pareti del nuovo edificio che Carlo Rossi aveva aggiunto nel 1828-1832 a quello originario della biblioteca costruito dall’architetto Egor Sokolov nel 1796-1801 sull’angolo tra Nevskij prospekt e ulica Sadovaja. Mi erano familiari le effigi degli scienziati, filosofi, oratori e scrittori dell’antichità che abbellivano la facciata, così come la figura scultorea di Minerva, che sormonta l’attico dell’edificio, il cui elmo è decorato con una minutissima sfinge. Essi mi facevano sentire a casa e al tempo stesso fungevano da testimoni dell’enorme patrimonio bibliografico conservatovi.

Lo Shilov aveva contribuito notevolmente allo sviluppo della Biblioteca quale centro scientifico, di ricerca, di metodologia e di coordinamento organizzativo per tutte le biblioteche della Federazione Russa. In quel periodo era impegnato anche a espletare le pratiche amministrative e burocratiche per la costruzione di una nuova sede della Biblioteca sul Moskovskij prospekt vicino al Park Pobedy.  Durante il nostro colloquio con orgoglio mi disse che la ”sua” Biblioteca era stata aperta al pubblico tutti i giorni anche durante la seconda guerra mondiale, registrando 42.597 lettori a cui erano stati forniti 1.474.408 pubblicazioni varie. Tuttavia durante il tragico e lunghissimo Assedio di Leningrado da parte delle truppe naziste, dall’8 settembre 1941 al 27 gennaio 1944, i bibliotecari della Публичка non si erano limitati a essere “topi di biblioteca”, ma avevano allestito con coraggio proprio nei locali dell’ulica Sadovaja un ospedale provvisorio, dove avevano accolto migliaia di persone consunte dalla fame. Per questo motivo in seguito a Зинаида Ивановна Зазыкина (Иванова), una delle piu prodighe bibliotecarie, venne assegnato l’ «Орден Боевого Красного Знамени», mentre a 150 collaboratori della Biblioteca fu riconosciuta la Medaglia «За оборону Ленинграда», e ad altri 200 la Medaglia «За Доблестный труд в Великой Отечественной Войне». Il mitico direttore, inoltre, mi informò che la Biblioteca, fondata nel 1795 e inaugurata nel 1814, all’inizio disponeva soltanto di una sala di lettura capace di 46 posti a sedere e di un fondo libri che contava 238 mila volumi, di cui solo 8 in russo e in slavo antico. Ma già nel 1917 il fondo libri ascendeva a 3 milioni di volumi. Sino ad allora il fondo era cresciuto otto volte sfiorando 24 milioni di libri in 89 lingue dei popoli dell’URSS, in tutte le lingue europee e in 156 lingue africane e orientali. Il fondo russo era ovviamente il più rappresentativo in quanto conteneva tutte le pubblicazioni in russo dall’epoca del primo libro stampato in Russia. Secondo il direttore, rivestiva particolare interesse la raccolta della “Stampa libera russa”, che vantava pubblicazioni su tematica rivoluzionaria stampate all’estero o clandestinamente in Russia. Annualmente la biblioteca veniva visitata da circa 2 milioni di persone, che ordinavano circa 10 milioni di libri; e manteneva uno scambio bibliografico con oltre 100 paesi del mondo.

Dopo avermi consegnato in modo quasi solenne il Читательский билет, che ancora conservo (Государственная Публичная Библиотека Им. М. Е. Салтыкова-Щедрина - Залы Для Научной Работы), Leonid Aleksandrovič mi raccomandò a Elena Viktorovna Bernadskaja, una delle più esperte e attive bibliotecarie della Публичка, nonché la più profonda e assidua studiosa di quel Fondo manoscritti.

A Elena Viktorovna mancava solo un anno per andare in pensione, ma era ancora impegnata molto attivamente nelle sue ricerche sui manoscritti degli umanisti italiani presenti nella Biblioteca e ricopriva in effetti il ruolo di punto di riferimento degli studiosi, soprattutto italiani, interessati alla cultura russa e ai rapporti culturali tra la Russia e l’Italia. Fu lei, dopo una breve notizia nel 1956 di T. P. Voronova e di V. S. Ljublinskij, che ne pubblicò la lettera di Voltaire, a rendere nota diffusamente nel 1960 la copiosa e preziosa raccolta di lettere di scrittori italiani e stranieri (12.032) al noto giornalista ed editore veneziano settecentesco Angelo Calogerà (monaco camaldolese del monastero di S. Michele in Isola a Venezia), che è conservata nel dipartimento manoscritti della Публичка, proveniente dalla collezione di manoscritti appartenente all’olandese Jan Pieter von Suchtelen, ambasciatore russo presso la corte svedese, e acquistata nel 1836 dal governo russo, che la affidò alla Biblioteca Imperiale Pubblica di Pietroburgo, ora Biblioteca Nazionale Russa di S. Pietroburgo. Fu lei, inoltre, a pubblicare nello stesso 1960 dalla raccolta Calogerà la lettera a Giambattista Vico e nel 1973 e 1975 quelle di Girolamo Baruffaldi, assistendo e incoraggiando Cesare De Michelis a pubblicare nel 1968 il fondamentale studio sull’editore veneziano intitolato L’Epistolario di Angelo Calogerà.

La Bernadskaja, appassionata italianista, mi fu di grande aiuto nella ricostruzione dell’attività poetica, diplomatica e di intelligence dell’abate e poeta libertino durante il suo soggiorno nella capitale russa, mettendomi a disposizione la collezione delle Санктпетербуские Ведомости dal 1776 al 1780 e altre pubblicazioni settecentesche russe. Il Casti, nella veste di segretario di Joseph Kaunitz ed essendo faceto conversatore e spiritoso giullare, frequentava assiduamente James Harris, ministro dell’Inghilterra in Russia, François-Antoine, conte di Lacy, ministro di Spagna, Jacques-Gabriel- Louis Le Clerc, marchese di Jugné, ministro di Francia, e i ministri di Prussia Johann Eustach von Görtz e Victor Friedrich von Solms. Nel mese di luglio del 1776 l’abate incontrò Caterina II, Grigorij Aleksandrovič Potëmkin e gli Orlov. Alla fine del 1777 l’abate era talmente introdotto presso la corte russa da comporre con intento celebrativo la canzone Per la felice nascita di Alessandro principe imperiale di tutte le Russie, nipote di Caterina II e futuro imperatore, in occasione dei festeggiamenti di quell’evento tanto atteso, a cui prese parte anche Giovanni Paisiello, eseguendo la serenata mitologica La sorpresa delli dei, commissionata dallo stesso Potëmkin. Per l’eccezionale evento i cannoni tuonarono per duecento e una volta in entrambe le fortezze, le campane delle chiese suonarono a festa, nella Grande chiesa di corte si e` svolta una messa solenne.

Dopo la morte di Marco Coltellini, avvenuta in circostanze misteriose nel novembre del 1777, la stessa zarina chiese al Casti di collaborare con Paisiello. Frutto della loro collaborazione fu l’opera buffa in due atti Lo sposo burlato (conservato nella Публичка in una stampa del 1779 nella doppia versione italiana e russa dal titolo Осмеянный жених), che venne rappresentata nel teatro della corte imperiale il 13 luglio 1778. In segno di riconoscenza Caterina II volle regalare all’abate una preziosa pelliccia, come racconta lo stesso poeta nella prefazione del suo Poema tartaro.

Malgrado il suo atteggiamento ufficiale ossequioso, se non adulatorio, verso la zarina e la corte russa, l’abate Casti, tuttavia, era animato da un profondo sentimento antirusso, condiviso pienamente dallo stesso Joseph Kaunitz, che lo induceva a consigliare al Cancelliere e allo stesso imperatore Giuseppe II una severa politica di alleanze antirussa. Questo gli stimolò, ancora durante il suo soggiorno nella capitale russa, l’elaborazione, se non la composizione, del pamphlet satirico-libertino contro la Russia cateriniana sotto forma di novelle in versi denominate “tartare” o “turachine”, accomunate da una labile cornice asiatica medievale e da un sarcasmo irriverente verso Caterina II la Grande.

La mia quotidiana frequentazione della Публичка con l’aiuto di Elena Viktorovna mi permise di documentare in modo massiccio, se non esaustivo, l’attività letteraria e politica del Casti nella capitale russa, ma non approdò ad alcuna scoperta di manoscritti castiani, contrariamente a quanto mi era successo dieci anni prima, quando durante le mie assidue ricerche alla Bibliothèque Nationale di Parigi miracolosamente mi capitò di scoprire un folto manipolo di lettere autografe dell’abate libertino, che scelse di finire i suoi giorni nella tormentata e labile democrazia napoleonica. Ciò non mi deluse, ma mi convinse che il manoscritto non autografo del Poema tartaro, presentato dal Casti all’imperatore Giuseppe II tra il 1784 e il 1786, che qualche anno prima fortuitamente avevo trovato alla Nationalbibliothek di Vienna, in mancanza di altre testimonianze autografe rappresentava veramente l’ultima volontà dell’autore ed era il fondamento di una edizione critica, uscita alla luce soltanto nel 2014 curata da me e da Alessandro Metlica.

La Bernadskaja, inoltre, mi presentò a Svetlana Jakovlevna Somova, una studiosa di Francesco Algarotti, che in quel momento stava studiando anche la recezione delle opere castiane da parte di Aleksandr Sergeevič Pushkin, che sarà oggetto di un suo saggio dal titolo Джамбаттиста Касти в библиотеке Пушкина pubblicato solamente nel 2002. Per me fu grande sorpresa apprendere che nella biblioteca del  grande poeta russo si conservano le opere principali del Casti,  dal Poema tartaro (nelle edizioni del 1778 e del 1803), alle Novelle galanti in ottava rima (edizioni 1790, 1804, 1821), agli Animali parlanti (edizioni 1802, 1820) alla traduzione delle Anacreontiche da parte di Konstantin Nikolaevič Batjushkov, contrassegnata da interessanti note autografe dello stesso Pushkin, che definiva l’abate libertino «безносый», alludendo alla malattia venerea contratta dal Casti rinfacciatagli da Giuseppe Parini nel famoso e ingeneroso sonetto: “Quel prete brutto, vecchio e puzzolente”.

Elena Viktorovna, infine, mi fece conoscere i codici manoscritti e i libri della Biblioteca di Voltaire (6814) e della Biblioteca di Diderot acquistate a suo tempo da Caterina II e confluite nel 1861 nella Biblioteca, oltre che i tesori manoscritti degli umanisti italiani, provenienti dalle raccolte del Suchtelen e di Pëtr Petrovič Dubrovskij, ivi conservati, dei quali stava compilando, assieme ad altri due suoi colleghi, il catalogo, che sarebbe stato pubblicato tre anni dopo con il titolo Итальянские Гуманисты в собрании рукописей Государственной Публичной Библиотеки им М. Е. Салтыкова-Щедрина. Rimasi letteralmente sbalordito a sfogliare, tra di essi, il De remediis utriusque fortunae (Milano, 1388), il Canzoniere e i Trionfi (Italia, sec. XV) di Francesco Petrarca, il Filocolo (Italia, sec. XV) di Giovanni Boccaccio, il Commentarius primi belli punici (1431) e il Commentarius rerum suo tempore gestarum (1436) di Leonardo Bruni, il De differentia veri amici et adulatoris ex Plutarco versio (Italia, sec. XV) di Guarino da Verona, il De ingenuis moribus ac liberalibus studiis (Italia, fine XV), e le Herodoti historiae libri IX. Versio (Germania 1504) di Lorenzo Valla.

La Публичка, nata come spazio monumentale e simbolico riservato a un’universale funzione educativa, è stata la culla del sapere offerto al pubblico. È stata indispensabile non soltanto per la conservazione del sapere fondata sulla parola scritta e stampata, che assume un valore eterno rispetto alla parola fluttuante dell’oralità o liquida sempre minacciata dall’incertezza della perdita; ma anche per la classificazione e la sistemazione del sapere in uni-verso, vale a dire in un mondo orientato. È stata veramente una biblioteca universale, capace di soddisfare ogni esigenza e curiosità, un vero “santuario” del sapere, una sorta di enciclopedia dispiegata in scaffali, ma soprattutto una biblioteca pubblica. Essa corrisponde all’ideale di biblioteca universale tracciato da Gabriel Naudé: “Nulla rende una biblioteca più raccomandabile del fatto che ciascuno vi trova quel che vi cerca, non avendolo potuto trovare altrove”. Ma al tempo stesso ha mostrato la sua vitalità, valorizzando il sapere indagato e classificato attraverso la ricostruzione della memoria e dell’ordine del mondo coerentemente con le finalità filosofiche della sovrana illuminata sua fondatrice, realmente affascinata e conquistata dalla Encyclopédie, che afferma il valore dell’utile proteso verso il progresso della civiltà.

La Biblioteca è stata nel tempo, anche durante il periodo sovietico, un luogo di dialogo e di incontro privilegiato tra gli intellettuali russi e stranieri. Con l’Italia ha promosso una collaborazione intensa nello scambio culturale soprattutto con le Università di Firenze e Siena e con la Fondazione Cini di Venezia. Frutto della collaborazione con l’italianista  Larisa Georgievna Stepanova, che si avvaleva delle raccolte librarie della Публичка, fu la pubblicazione nell’ottobre 1980 del saggio La cultura nella tradizione russa del XIX e XX secolo, a cura di Silvio D’Arco Avalle, direttore di Strumenti Critici, una fra le più prestigiose riviste di cultura e critica letteraria italiane, o quella del volume del 2010 di Donatella Ferrari Bravo  e di Elena Treu dal titolo La Parola nella cultura russa tra ‘800 e ‘900. Materiali per una ricognizione dello slovo. Per il ruolo importante che la Biblioteca ha avuto nello scambio culturale tra la Russia e l’Italia sono illuminanti la Rassegna della letteratura italiana in URSS (Studi e traduzioni 1917-1975) di Iginio De Luca pubblicata nel 1980, il recente contributo di Giuseppina Larocca dell’Università di Firenze intitolato Ancora sulla recezione della teoria letteraria russa in Italia ( 1963-2015), nonchè i due repertori bibliografici a cura di Stefania Pavan editi dall’Associazione  Conoscere Eurasia dal titolo Italia in cirillico e Russia in Italiano rispettivamente nel 2013 e 2016, che illustrano le edizioni di tutti i libri in russo tradotti in italiano e di tutti i libri in italiano tradotti in russo negli ultimi cento anni.

La Biblioteca è stata anche meta obbligata dei viaggi degli scrittori italiani che nel tempo hanno visitato la Russia. Mi limito a ricordarne alcuni: Raffaele Calzini (Russia gaia e terribile, 1926), Vincenzo Cardarelli (Viaggio di un poeta in Russia, 1928), Curzio Malaparte (Intelligenza di Lenin. Io in Russia e in Cina, 1929, 1956), Corrado Alvaro (I maestri del diluvio. Viaggio nella Russia Sovietica, 1934), Enrico Emanueli (Racconti sovietici, 1935; Il Pianeta Russia, 1952), Libero Bigiaretti (Noi siamo stati nell’URSS, 1949; con contributi di Antonio Banfi, Renato Guttuso, Ranuccio Bianchi Bandinelli, Carlo Zecchi, Giuseppe Di Vittorio, Paolo Robotti), Renata Viganò (Unità, 1950), Italo Calvino (Taccuino di viaggio in Unione Sovietica, 1951), Vittorio Giovanni Rossi (Soviet, 1951), Sibilla Aleramo (Russia, altro paese, 1952), Beniamino Dal Fabbro (Taccuino di Russia. Gli orologi del Cremlino. Un autunno in Russia,1953), Anna Maria Ortese (Il treno russo, 1954), Carlo Levi (Il futuro ha un cuore antico, 1955), Alberto Moravia (Un mese in URSS, 1956), Tommaso Fiore (Al paese di Utopia, 1957), Pier Paolo Pasolini (Festa di paese per trentamila, Vie Nuove, 10 agosto 1957), Emilia Sarogni (I Russi non mordono, 1958), Goffredo Parise (Questa è la Russia di Krusciov, 1960), Guido Piovene  (Viaggio in Unione Sovietica, 1960), Pier Antonio Quarantotti Gambini (Sotto il cielo di Russia, 1961), Mario Soldati (Viaggio breve nel paese del tempo lungo, 1966), Gino Montesanto (Fino a Jūrmala, 1975), Gina Lagorio (Russia oltre l’URSS, 1989).

Alla fine di quel mese di agosto 1978, qualche giorno prima della mia partenza per l’Italia, mentre stavo curiosando nella sala di lettura Lenin, Leonid Aleksandrovič Shilov mi si avvicinò in modo quasi circospetto per presentarmi a Dmitrij Sergeevič Likhacëv, che attendeva a compulsare alcuni materiali biblografici, affondandovi quasi la testa. Allora non conoscevo affatto il leggendario filologo e icona della cultura medievale russa. Devo essere eternamente grato allo Shilov e alla Biblioteca, se in seguito ebbi la fortuna di frequentare Dmitrij Sergeevič, specie quando lui divenne presidente del Fondo sovietico della Cultura, apprezzandone la profonda umanità e la sterminata cultura. In un viaggio compiuto insieme a Firenze mi colpì la sua straordinaria conoscenza della letteratura umanistica e dell’arte rinascimentale italiana e al tempo stesso il suo portamento dimesso e modesto.

Quando venne il momento di congedarmi dalla Публичка, Elena Viktorovna Bernadskaja mi accompagnò commossa all’uscita, raccomandandomi di prendermi cura della Raccolta epistolare di Angelo Calogerà, pubblicandone almeno le lettere di Scipione Maffei al giornalista camaldolese.

Da allora ad oggi ho visitato la Biblioteca numerose volte. Nel 2011, grazie al sostegno di Banca intesa Russia, abbiamo contribuito a restaurare il trattato di Jean-Jacques Rousseau Du contrat social (Жан-Жак Руссо, «Об общественном договоре») con le annotazioni di Voltaire. Nel 2016 finalmente abbiamo realizzato il sogno della Bernadskaja pubblicando le Lettere di Scipione Maffei ad Angelo Calogerà edite dall’Associazione Conoscere Eurasia, con la mia introduzione e a cura di Corrado Viola e Fabio Forner.  Dal 2017 al 2019 abbiamo compiuto la digitalizzazione dell’intero epistolario passivo del Calogerà che contiene oltre dodicimila lettere. Quest’anno, inoltre, prevediamo di pubblicare a novembre, sempre con l’Associazione Conoscere Eurasia, l’epistolario del Calogerà con Giovanni Lami, il famoso e importante editore dal 1740 al 1770 delle Novelle letterarie fiorentine.

Insieme con la direzione della Biblioteca abbiamo l’impegno e il desiderio di procedere gradualmente alla pubblicazione delle altre lettere inedite presenti nell’Epistolario del giornalista veneziano.

La Публичка non soltanto è rimasta nel mio cuore, ma ha segnato anche il mio destino di studioso del Settecento, affascinato dalla cultura illuministica e dall’attività riformatrice di Caterina II.

Your browser is outdated! The site will not work properly. To fix this problem, click here

×